Il prefetto Cesare Mori

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Da un intervista a  Indro
Montanelli.

Giornalista: Mori era veramente un
«prefetto di ferro»? Inoltre mi farebbe piacere conoscere il motivo per cui era
così stimato da tutti i veri fascisti.

Montanelli: “Non posso dire di aver «conosciuto» Mori. Parlai con lui una sola
volta quando, dopo la sua fallita crociata anti-mafia, e a consolazione appunto
di questo fallimento, era stato fatto Senatore, cosa che sembrava consolarlo
ben poco. Il «prefetto di ferro» mi dette l’ impressione di esserlo veramente.
Ma lei sbaglia di grosso dicendo ch’ era amato «da tutti i veri fascisti». Al
contrario, Mori era detestato dai veri fascisti fin da quando, nei giorni caldi
dello squadrismo, Mori, Prefetto in una città particolarmente calda, anzi
bollente come Bologna, era stato quello meno fascista, anzi più scopertamente antifascista
d’ Italia: i violenti neri li sbatteva in galera come quelli rossi
infischiandosi anche dei richiami del Superiore Ministero, che coi fascisti
cercava l’ appeasement. Fu per questo che, appena arrivato al potere,
Mussolini, che gli squadristi li amava quanto Mori (su questo particolare
dovrei fare un discorso un po’ più lungo, che magari farò in altra occasione e
sede: per il momento mi creda sulla parola), scelse Mori per affidargli un’
impresa che solo un uomo di ferro poteva affrontare, dandogli tutti i poteri,
compreso quello d’ infischiarsi della Legge e dei suoi Giudici e Tribunali.”

Questo il testo del telegramma inviato
da Mussolini
: «vostra Eccellenza ha
carta bianca, l’autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto
assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la
ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi»

Continua Montanelli: “Sulle gesta di Mori, ne sentii molto più tardi
raccontare, in Sicilia, di cotte e di crude. Secondo alcuni, non esitò a
adottare misure di guerra, bombardando e spianando interi villaggi quando non
riusciva a vincerne l’ omertà. Una volta, a chi mi raccontava questi misfatti,
chiesi di condurmi a vedere le macerie di uno di quei bombardamenti. Mi rispose
ch’ erano state subito sgombrate e m’ impegnò a non fare parole di quelle
«rivelazioni». Altri invece mi esaltò i metodi del Prefetto. Ma l’ unica
testimonianza che mi convinse fu quella della più illustre delle sue vittime:
quella di Don Calogero Vizzini, il
numero 1 della «onorata società», che, dopo avere invano tentato d’ incastrarlo
in tribunale, Mori aveva gettato ugualmente in galera e poi condannato al
domicilio coatto in non ricordo quale isola; e che tuttavia, quando gli chiesi
un’ opinione su quel suo persecutore di mano spiccia, dopo averci a lungo pensato,
borbottò: «Sì, di mano spiccia…». Pausa. Poi, spalancandomi in viso quei suoi
piccoli occhi azzurri e freddi, aggiunse con forza: «Ma òmmo era…», era un uomo. Mori perse la battaglia perché i fascisti, i cui gerarchi siciliani
erano tutti invischiati con la mafia
, posero assedio a Mussolini
bombardandolo anche di rapporti falsi dall’ isola per indurlo a richiamare
Mori, e alla fine ci riuscirono. «Quando stavo per assestare i colpi decisivi -
confidò Mori al mio collega Enrico Mattei, di cui conosceva la discrezione – mi
richiamò a Roma. Un lavoro di anni vanificato. E ora tutto tornerà come prima,
anzi peggio di prima». A me, in quell’ unico incontro che ebbi con lui, non
disse nulla, e quindi nulla io posso dire di lui. Ma quell’ «òmmo era» pronunciato
da Don Calogero, per me vale più di qualsiasi altro attestato, più di una
medaglia. Perché anche Don Calogero, pur nel suo particolare genere, «òmmo
era».”

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« Il vero colpo mortale alla mafia lo daremo quando
ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d’india, ma negli
ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali e,
perché no, di qualche ministero. 
» Cesare Mori

L’azione di Mori si rivelò in tutta la sua clamorosa efficacia sin dal
primo anno: nella sola provincia di Palermo gli omicidi scesero da 268 nel 1925 a 77 nel 1926, le rapine
da 298 a
46, e anche altri crimini diminuirono drasticamente. Si discute molto circa i suoi metodi giudicati da alcuni eufemisticamente “poco ortodossi”.

Giulio Sorrentino



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