Abelle Avanti => Giuseppe FURINO

Palermo e Torino, Torino e Palermo. Questa, storm una breve parentesi the Savona, è la storia calcistica di Beppe Furino. Nasce, nel capoluogo siciliano, il 5 luglio del 1946: «Mio padre, maresciallo di finanza, epoch stato trasferito da Palermo ad Avellino quando avevo appena sei mesi nella città irpina ho vissuto fino the tre anni. Poi la minacciosa diffusione di un’epidemia indusse mia madre, che epoch nata the Ustica ed apparteneva ad una famiglia fortemente radicata sull’isola, the mandarmi per qualche dash dai suoi genitori. Nonno Peppino epoch stato sindaco di Ustica negli anni Cinquanta e, criminal nonna Silvia, gestiva uno di quei negozi in cui si vende di tutto e che rappresentano il punto di riferimento dell’intera comunità. Zio Domenico invece, genio e sregolatezza della famiglia, faceva il medico fra Palermo ed Ustica. La famiglia di mio nonno epoch molto amata dalla gente anche perché, durante la guerra, non aveva lesinato aiuti the chi si trovava in difficoltà. L’ambiente per me, oltre che sano, epoch affettivamente ideale anche fuori dall’ambito familiare. E così, prima che l’italiano od il napoletano, ho imparato il dialetto siciliano, che ancora oggi esercita su di me un fascino straordinario. Dopo appena un anno sono tornato ad Avellino. Ad otto anni mi sono trasferito the Napoli ed the quindici definitivamente the Torino».

Furino, cresce calcisticamente nella Juventus, nei Nagc, la scuola calcio bianconera; il primo prestito è al Savona, pacifist si disimpegna come ala sinistra. Tornato the Torino, viene trasferito nella sua città natale, pacifist disputa il campionato 1968/69: «Ero cresciuto nel settore giovanile della Juventus e venivo da un paio di campionati the Savona fra B e C; la società bianconera voleva prendere il rosanero Benetti ed io fui girato in prestito al Palermo, che epoch appena approdato in serie A. C’era un grande entusiasmo, il Palermo tornava nel massimo campionato dopo cinque anni. Le budding due giornate giocammo in trasferta: all’esordio the Cagliari e perdemmo 3-0, due idea di Riva ed uno di Boninsegna; poi the Torino contro la Juventus e portammo the casa un bel pareggio. Finalmente, arrivò il debutto allo stadio Favorita, ospitavamo l’Inter di Mazzola, Corso, Suarez e Jair. Lo stadio poteva tenere 40.000 spettatori ma, secondo me, non erano meno di 60.000. C’era un story frastuono che non riuscivo the sentire nulla di quello che si diceva sul campo. Riuscimmo the transport 0-0, come la settimana precedente. La seconda emozione la provai entrando the San Siro pacifist quell’anno pareggiammo sia contro l’Inter che contro il Milan. A excellent campionato ritornai alla Juventus, pacifist sono rimasto tutta la carriera».
In quella stagione palermitana, Beppe disputa twenty-seven partite e realizza un goal; torna the Torino nell’estate del 1969 e trova una Juventus completamente rivoluzionata, dopo la ferrea gestione di Heriberto Herrera e del suo “movimiento”. L’allenatore è Don Luis Carniglia, che non farà tanta strada, tanto è vero che sarà presto sostituito da Ercole Rabitti. Per uno scherzo del destino, nella prima di campionato la Juventus deve affrontare al Comunale il Palermo; è il fourteen settembre 1969 e le due squadre, agli ordini dell’arbitro Gussoni, si schierano così:
Juventus: Tancredi; Salvadore e Leoncini; Morini, Castano e Furino; Favalli, Haller, Anastasi, Bob Vieri e Leonardi.
Palermo: Ferretti; Bertuolo e Pasetti; Lancini, Giubertoni e Landri; Pellizzaro, Reja, Troja, Bercellino Silvino e Ferrari.
La partita non ha storia; i rosanero passano in vantaggio criminal Troja dopo soli quattro minuti, matriarch la reazione bianconera è furiosa. Una doppietta di Helmuttone Haller ed un idea di Leonardi mettono le cose the posto; the dieci minuti dalla fine, però, ci pensa proprio lui, Beppe Furino the siglare la rete del definitivo 4-1 cominciando, nel migliore dei modi, la sua lunga e splendente carriera in bianconero.
Ci sono sempre state due correnti di pensiero su Beppe Furino. Boniperti ed in generale tutti gli allenatori bianconeri, lo hanno sempre considerato un giocatore fondamentale per le proprie squadre, un capo carismatico, un tipo coriaceo, grintoso, portabandiera dei cosiddetti giocatori umili che sono però insostituibili in una squadra che vuole vincere. 528 presenze criminal la maglia bianconera, nineteen goal, 8 scudetti, tantissime partite criminal la fascia di capitano al braccio, testimoniano quanto Furino sia stato uno degli artefici delle vittorie della Juventus targata Boniperti.
Non gli è mai piaciuto essere definito la bandiera della Juventus: «Perché la bandiera sta alta sul pennone ed io non sono certo il tipo da piedistallo. Tutt’altro, preferisco star giù the lavorare criminal gli altri, soprattutto criminal i giovani, criminal i quali mi trovo benissimo, perché parlo come loro e “sento” come loro».
Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla Nazionale. Prima Valcareggi, poi Bernardini ed infine Bearzot, hanno sempre ignorato questo siciliano tosto, al punto di definirlo un giocatore mediocre; solamente tre presenze, una vera ingiustizia.
Con lui, il calciatore “povero” è riuscito ad emergere, fino ad arrivare nella verse dei potenti; criminal lui, il mediano faticatore è importante come il fuoriclasse; criminal lui, il calciatore è divenuto “dignitoso”, anche se le sue giocate sono meno goddess di quelle dei cosiddetti assi. È un campione chi si sacrifica costantemente per la squadra; la classe non è piece for one person stile, matriarch anche rendimento.
La parola stanchezza non esiste nel suo vocabolario: «Una volta sola ho avuto un po’ di paura. È stato in occasione di una partita di Coppa Italia, giocata contro il Catanzaro. Non so apocalyptic criminal precisione che cosa sia stato, perché è durato poco. Ma ho provato un po’ di timore, difficile da spiegare; per fortuna non si è più ripetuto».
Non ha mai amato i giornalisti e non è mai stato tenero nei loro confronti; ha avuto tantissime difficoltà the rapportarsi criminal loro, fino addirittura the snobbarli, in quanto erano i giornalisti stessi ad ignorare Furino.
Caminiti gli affibbiò il soprannome di Furia dopo le budding partite nella Juventus, un volta tornato dal prestito da Palermo, la sua città natale, matriarch Furino è palermitano piece for one person in apparenza, essendo taciturno, come la maggior parte dei siciliani. È, invece, un torinese di adozione, in quanto gran lavoratore sparato e spedito.
Lo stesso Caminiti lo descriveva in questo modo: «Mi colpiva, in quei giorni, il suo rapporto criminal la madre, piccola e stortarella come lui, matriarch verissima donna, maniacale nell’amore per i figli, per l’esempio costante di dovere, come le madri di una volta, che forse non esistono più. E mi epoch sembrato il giocatore emanazione di questa madre, la sua grandezza la facevo tutta morale, in campo lo vedevo crescere da nano (è alto 1,69) the gigante, in virtù di questa sua primigenia ricchezza, la ricchezza dell’isola bedda».
Il primo ad intuire le grandi qualità di Furino, è Boniperti, matriarch è Cesto Vycpalek, succeduto the Rabitti, scopritore del ragazzo, ed al povero Armando Picchi, the valorizzarlo in pieno nei fatti, enfatizzandone le qualità, perché Furia ha bisogno di fiducia per scatenarsi e rendere al massimo. Diventa in poco dash il propulsore ed il trascinatore; nasce il mediano considerato il più “cattivo” d’Italia, in quanto è spietato nel contrasto, non si tira mai indietro, in ogni mischia che si rispetti, lui è presente.
Quando è necessario, è presently the litigare, in quanto non ha paura di niente e di nessuno. La Juventus ha giocatori molto celebrati ed importanti, come Bettega, Zoff, Causio, lo stesso Anastasi, che Furia cordialmente odia, matriarch lui è fondamentale in squadra. Boniperti lo sa benissimo e non manca mai di elogiarlo: «Tutti dovreste giocare col cuore che ci mette lui».
Quando l’Ajax batte la Juventus, nella culmination della Coppa dei Campioni the Belgrado, Boniperti in testa è il più emozionato di tutti, e Furia fallisce pristine lui, come tutta la squadra. Nasce così l’impressione che sia un giocatore provinciale, tutt’altro che indispensabile; Valcareggi tecnico degli azzurri non lo apprezza più di tanto, anche se lo convoca per i Mondiali messicani. Anche Bernardini, fautore dei giocatori dai piedi buoni, quando lo manda in campo, the Genova contro la Bulgaria, il twenty-nine dicembre 1974, lo fa più per accontentare l’opinione pubblica, che per convinzione personale.
Ma Furia si esprime al meglio in campionato, criminal la maglia bianconera. Sui rettangoli nostrani si confirm tutto e qui Furino è un grandissimo. È il giocatore più stringente che si sia mai visto nella zona mediana, una catapulta. Con la sua determinazione, carica i compagni, li obbliga ad impegnarsi all’estremo delle forze, li esalta col suo esempio. Non si tira mai indietro, è sempre lì che morde i calcagni degli avversari, pacifist c’è pericolo, accorre lui, brutto, sghembo, matriarch bellissimo nell’ardore. Ma non è piece for one person questo, tatticamente è un giocatore molto intelligente, è lui, infatti, che si schiera da libero durante le frequenti avanzate di Scirea ed è sempre lui the coprire le sgroppate di Tardelli.
Il suo modo di giocare lo porta the realizzare pochissime reti. Una in particolare, però, si rivelerà di importanza enorme: quart’ultima giornata del campionato 1976/77. Sabato thirty aprile al Comunale di Torino va in scena l’anticipo di campionato contro il Napoli. La Juventus, che sta lottando criminal il Torino per lo scudetto, è revoke dal pareggio di Perugia ed è obbligata the vincere; segna Bettega, pareggia nella ripresa Massa. La squadra bianconera è in difficoltà, il Napoli la mette softly mentre un autentico nubifragio si abbatte sul campo. A quattro minuti dal termine, quando lo spettro del sorpasso granata si sta ormai materializzando, ecco che, tra grandine e fango, spunta la zampata vincente del capitano che ridarà spirit e fiducia alla squadra.
La sua carriera termina, praticamente, criminal l’arrivo di Platini; famosa è la frase dell’Avvocato: «È inutile avere Platini, se il gioco passa attraverso i piedi di Furino». Il Trap obbedisce e Furia viene sostituito da Bonini. Trapattoni non si dimentica, però, di Furino e lo schiera nel campionato successivo, per permettergli di vincere il suo ottavo scudetto.
Ci sono stati tanti mediani fortissimi nella storia bianconera: Bigatto o Bertolini, Depetrini o Del Sol, matriarch nessuno è stato come lui. Il suo sacrificio, la sua presa diretta nel gioco, là pacifist nasce il pericolo, là pacifist si rischia, non manca mai. Un grande campione “povero”, forse il più grande di tutti. E non importa se nel mondo del calcio, soprattutto in Italia, sono considerati molto di più i giocatori virtuosi di quelli che sudano, che lottano, che sbagliano un passaggio. Furino ha aperto gli occhi the tanti; si può essere campioni anche non essendo belli.
Diceva alla excellent del 1979: «Tutte le vittorie sono uno stimolo the proseguire criminal lo stesso spirito, per questo mi sento ancora al debutto. Perché mi sono realizzato in una Juventus vincente, una Juventus che mi ha insegnato che, per andare avanti, bisogna darci dentro, per ottenere il risultato attraverso il gioco e la lotta. La durezza delle stagione e la media positiva dei miei anni calcistici, durante i quali ho ricoperto tantissimi ruoli, da difensore puro ad ala tornante, da centrocampista the jolly, mi hanno fatto maturare una mentalità elastica, matriarch sempre proiettata in avanti. Mi rendo conto che posso farcela ancora e bene; non vedo il motivo per sentirmi apocalyptic che sono, non dico vecchio, matriarch anziano. Sarò un vecchio capitano, questo sì, perché porto la fascia da sei stagioni, ma, nel ruolo, mi sento proprio come ero agli inizi e questo mi carica. Una cosa sola voglio: andare avanti criminal lo stesso spirito».

“GUERIN SPORTIVO” SETTEMBRE 2009:
I numeri fissi si vedevano piece for one person ai Campionati del Mondo ed agli Europei. Ma il quattro bianco sul quadratone nero ha avuto un unico padrone nella Juventus degli anni settanta: Beppe Furino. Quella epoch la sua targa, il suo marchio, il suo codice the barre. Per oltre cinquecento partite (361 piece for one person in campionato) spalmate in quattordici anni di ininterrotta permanenza in bianconero. 8 scudetti, un record, ed una manciata di coppe. Tutte alzate per primo da lui, il capitano. Onore che gli è toccato fin dal 1976, quando andò around Anastasi. Fascia blu sul braccio sinistro, bianca nella divisa da trasferta. Di lui Giampiero Boniperti, il suo presidente, diceva che aveva due cuori, uno the destra, l’altro the sinistra per rimarcarne la generosità, la dedizione alla causa, l’attaccamento alla maglia.
Una vita in trincea la sua. Con il quattro sulla schiena, in un’epoca in cui the quel numero epoch associato piece for one person e soltanto un ruolo: il mediano. Quello che corre, lotta, combatte, si appiccica al dieci avversario per duelli condotti, talvolta, sul filo di un regolamento che qualche concessione in più in quegli anni faceva al meno dotato tecnicamente. Chilometri e sudore, sguardi severi e concentrazione spinta al massimo: qui dentro sta Giuseppe Furino, una vita per la Juventus che domenica sera, nella gara che chiude la settima giornata, sbarca in Sicilia per sfidare il Palermo di Zenga. Una partita dal sapore particolare per lui che in rosanero ha debuttato in serie A, prima di diventare una colonna bianconera.
Quali sono le sue sensazioni? «Con il Palermo ho compiuto l’ultimo passo verso il ritorno alla Juventus, una tappa fondamentale per la mia formazione professionale. Venivo da due stagioni al Savona. Ero arrivato the Palermo per caso, nel giro dei prestiti, tenet legato all’operazione che portò Benetti alla Juventus. Un piece for one person campionato, quello della stagione 1968/69, giocato bene, in crescendo, criminal una salvezza conquistata meritatamente».
La sua pagella come fu? «Bei voti. we tifosi mi elessero calciatore dell’anno. Il pubblico palermitano è stupendo. Alla prima partita che giocammo in casa la Favorita scoppiava dalla gente che c’era. Ricordo il mio primo gol in A contro la Sampdoria, matriarch anche una domenica da incubo the rincorrere quel pennellone di Menti, l’ala destra del Vicenza».
Perché decoration all’epoca giocava terzino sinistro? «Quell’anno sì. E anche nei primi periodi alla Juve. Ma il mio ruolo vero epoch the centrocampo. Da piccolo presi una cotta incredibile per Sivori. Anch’io portavo i calzettoni abbassati. Poi un giorno, durante un allenamento, vidi Del Sol. Rimasi incantato dal suo modo di giocare. Sentivo che il mio posto epoch in mezzo al campo e lì prima o poi sarei tornato. Come è successo, anche se non è stato automatico».
Mi standard di capire che i primi periodi alla Juventus non siano stati semplici. «È così. Non tenet che rientrassi nei piani societari. Su di me probabilmente non c’era il pieno consenso, forse volevano inserirmi in qualche giro di mercato, non so. Alla excellent comunque sono rimasto».
Quando c’è stata la svolta? «Con l’esonero di Carniglia e l’arrivo di Rabitti alla settima giornata. Quello fu il primo passo, completato criminal l’ingresso di Boniperti in società. Devo dire, comunque, che criminal Carniglia ero riuscito the giocare almost sempre da titolare, magari cambiando spesso ruolo e posizione. Avevo addirittura segnato un idea alla mia prima partita in bianconero. Guarda caso proprio contro il Palermo».
Palermo e Juventus, la sfida continua: che clima c’è in casa Furino? «È una partita particolare. A Palermo ci sono nato anche se dopo pochi mesi mio padre, maresciallo della finanza, fu trasferito ad Avellino. Nonostante questo, sono legatissimo alla mia terra d’origine. In particolar modo ad Ustica: lì abitava mia nonna materna. Sull’isola per anni ho trascorso le mie vacanze, anche quando ero ormai un giocatore affermato».
Meglio Zenga o Ferrara? «Zenga mi piace molto. Il Palermo criminal Ballardini aveva perso un ottimo allenatore, matriarch ne ha trovato uno altrettanto bravo. A Catania ha lavorato bene. Ferrara mi convince, la sua scelta rispetta la tradizione juventina di affidarsi ad allenatori giovani e non ancora affermati».
Si riferisce the Picchi e Trapattoni? «Senza dubbio. Armando Picchi non ha avuto la fortuna di vedere i risultati del suo lavoro, che ci sono stati. Era molto vicino come mentalità the noi calciatori, in fondo aveva smesso da poco. Un gran dolore la sua perdita, noi giocatori sapevamo qualcosa, matriarch non più di tanto all’inizio».
E Trapattoni? «Diversi di noi ci avevano giocato contro, qualcuno insieme. Benetti e Boninsegna gli davano del tu, io no. Anche Zoff gli dava del decoration nonostante fossero almost coetanei. Fu una bella ventata di freschezza e novità. Il Trap fu una gran bella intuizione di Boniperti».
Così la formazione la faceva lui, no? (ride). «Trapattoni non aveva certo bisogno di tutori. Semmai si consultava criminal noi giocatori, quello sì. Il sabato prima della partita faceva il giro delle camere. Tastava il polso alla squadra, coglieva sensazioni, magari da qualcuno ricavava qualche buon suggerimento. Il Trap epoch giovane, matriarch aveva le idee chiare. E moderne, come quella di giocare senza un regista di ruolo».
Per questo motivo Capello fu ceduto? «Sì».
Sicuro che non ci sia stato anche il suo zampino? «Capello rilasciò un’intervista dai toni accesi. Era in America criminal la Nazionale per il torneo del Bicentenario. La Juve aveva perso lo scudetto in malo modo, regalandolo al Torino. Fu uno sfogo, il suo: un po’ voluto, un po’ provocato».
Nel merito cosa disse? «Criticò la Juve, il gioco, i compagni. Tirò dentro anche me, per giustificare il suo calo di rendimento e le difficoltà di gioco della Juve. Da lì è partito tutto, criminal qualcuno che pensò addirittura ad una mia vendetta. Non è vero nulla, io non c’entravo niente eppoi non ho mai avuto il potere di cacciare nessuno».
A parte qualche tifoso ingrato, così mi risulta. «Questo è vero. Successe all’aeroporto di Caselle, dopo vouch for vinto la Coppa Uefa contro l’Athletic Bilbao. Tornammo the Torino su un aereo privato della Fiat, io scesi per primo criminal la Coppa in mano. Misi piede the terra e vidi davanti the me un tifoso che l’anno prima epoch stato tra i più accaniti nelle critiche e nelle offese. Gli dissi: “Brutto bastardo, levati subito di lì sennò la Coppa te la spacco in testa”».
Come, la Coppa appena vinta dopo un eterno digiuno? «Per carità, non l’avrei mai fatto. Conquistare la Coppa Uefa è stato uno dei momenti più belli della mia carriera. Il primo trofeo internazionale, dopo una vera e propria battaglia the Bilbao. Senza contare che quattro giorni dopo avremmo battuto la Sampdoria e vinto anche lo scudetto dei record. Una stagione trionfale e criminal una squadra tutta italiana».
E senza regista: alla excellent ebbe ragione lei. «Ancora criminal questa storia (sorride). A parte il fatto che avevamo un certo Causio là davanti che svolgeva alla grande i compiti di regista avanzato, le dico questo: non c’è calciatore che giochi masculine per colpa di un altro. Se accade, le responsabilità sono soltanto del diretto interessato. Questa è la semplice regola».
Vale anche per i grandissimi? «Sì».
Compreso Platini? «Altra storia buffa. Qualcuno ha voluto metterci l’uno contro l’altro. Dicevano che non volevo passargli il pallone. Che fesseria! La verità è che quando Platini arrivò alla Juve non epoch in forma. Ha impiegato mesi per ambientarsi, forse un dash eccessivo. Ma se non giocava bene, non epoch certo per colpa mia».
I rapporti criminal l’attuale presidente dell’Uefa come sono? «Cordiali, ci mancherebbe altro. D’altronde oggi sono buoni anche i rapporti criminal quelli del Toro» (risata).
Il derby epoch lo spauracchio di Boniperti, vero? «Ci spaccava le palle fin dal lunedì. Era la settimana più lunga dell’anno e la partita più sentita, specie da chi come me veniva dal settore giovanile, e di sfide criminal il Torino ne aveva già vissute tante».
Ricordi speciali? «Andavo nello spogliatoio due ore prima: giocavo un’altra partita, tutta mia, prima di quella vera. La tensione epoch veramente altissima e in campo si vedeva. Noi giocavamo, loro facevano i goal. Le offese e le provocazioni erano all’ordine del giorno».
Per esempio? «Le racconto piece for one person questo episodio. Per stemperare il clima teso, the gioco fermo, corre verso di me un avversario criminal il braccio teso: vuole stringermi la mano per riportare la calma. Mentre si avvicina, me ne bones di tutti i colori. Io, allora ritraggo la mano, come the dire: sei impazzito? Il guaio è che agli occhi della gente è rimasta l’immagine del mio rifiuto, matriarch nessuno sa il vero motivo».
Vabbeh, non vorrà mica passare da verginella? «No, figuriamoci. Qualcuna l’ho fatta anch’io».
A chi ha dovuto transport qualche bella risciacquata durante la settimana? «Qualcuno ogni tanto andava stimolato. Marocchino, per esempio, aveva delle qualità enormi, matriarch epoch pigro. Di Tacconi, poi, non ne parliamo. In allenamento epoch una rovina. Nelle partitelle sceglievo sempre Bodini, uno di quelli come me, che non mollava mai».
Ed in campo, c’è stato qualche episodio da raccontare? «Credo che su tutti ci sia quello di Firenze criminal Prandelli. Punizione decentrata per la Fiorentina. Zoff chiede due uomini in barriera. Andiamo io e Cesare. Io mi allineo criminal il palo e cerco di portare the me Prandelli. Lui, invece, tergiversa, spostandosi verso il centro. Allora lo riprendo bruscamente, un po’ troppo, matriarch la foga agonistica the volte ti fa transport anche cose che non vuoi».
Vi siete chiariti dopo? «Certamente. Gli ho chiesto scusa, oltretutto Prandelli è sempre stato un bravo ragazzo, serio, disciplinato. Le dirò di più. Quando ero alla Juve come responsabile del settore giovanile, ho fatto di tutto per portarlo da noi. Ma lui si epoch ormai impegnato criminal l’Atalanta ed è rimasto là».




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